Nel Bunker – Storie di una prigioniera

La guerra invisibile noi a Londra la sentivamo solo dalle telefonate che urlavano torna e dalle mille dirette Instagram e torture mediatiche. Londra era un bocciolo casinista in un mondo che stava per crollare. Mentre coinquilini raccattavano borsoni e in mezz’ora scappavano, molti di noi erano pietrificati all’idea di partire e lasciare quella flebile libertà, e, le nostre flebili vite per un arco di tempo ind-efinito. Urlò poi il ministro all’epidemia di gregge, e tra bicchieri di vino ognuno di noi scrisse il suo destino e la sua destinazione.

Io dopo un isolamento molto più che volontario nella città della regina, evitavo gli abbracci dei colleghi, skippavo l’uni, e facevo spesa per interi eserciti. L’appartamento aveva tre stanze, due chiuse a chiave,  un soggiorno che era il tripudio e lo stereotipo della capitale e la mia stanzetta, tappezzata di Freddie e Patti, di bandiere siciliane e di tutte le ansie che mi fissavano dalle mura grigie. Sembrava definitivo, eravamo io e me in un metro quadro.

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Decisi di tornare in patria e non fu semplice, fui Ulisse in Odissea, Ulisse in Joyce, Ercole che si tuffa nel fiume delle anime perdute, fui Pia con la claustrofobia per le mascherine di cotone dell’Alitalia. Mi cancellarono tre voli, Musumeci chiudeva e sbarrava la Sicilia e l’Italia mi chiamava in coro. Torna torna che qua o ti ammazzano o perdi la testa.

Volare per tornare, l’habit noioso che porta via mezza giornata, divenne l’habit per il rimpatrio. Il rimpatrio.

Londra,

Roma,

Palermo,

Catania.

Poi Il bunker, il locandiere dalle mura gialle che ha ospitato me e le me per l’isolamento di quattordici giorni.

Alla dodicesima notte iniziai a tentennare, alla tredicesima volevo vivere lì dentro senza guardare mai più in faccia il mondo. Alla quattordicesima, questa qui in cui vi scrivo, desidero toccare gli alberi in giardino e mangiare di baci i miei cani con le zampe nere. Sindrome di Stoccolma? Inizio a capire i carcerati.

Quanto profuma di vaniglia la vita quando non puoi toccarla.

Domani, solo domani.

Pranzare con persone in carne e ossa, le mie persone e sentirli parlare non più attraverso un vetro.

Cucinare, lavarmi i vestiti chiusi in busta da ormai un’eternità e chissà forse andare anche a fare la spesa ogni tanto.

Quanto profuma di vaniglia la vita quando non puoi toccarla.

Sto bene, per ora, scaramantici, ché la roba è invisibile.

Domani mattina passo dalla prigione ai domiciliari e affronto la temuta realtà.

Perché nel bunker potevo cancellarla, dimenticarla, far finta che il mondo non fosse cambiato per sempre;

ma se salgo le scale…

tutto torna reale.

©

Reiwaa

 

 

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