Venerdì 17 ha la sua ironia

Mi sono andata a spulciare come una persona abbia potuto concepire la matematica dentro la musica, rendendola quasi un gioco tra toccate e fughe. Robe che in fondo pochi sanno e molti fanno solo finta di sapere.

Fossimo tutti più autentici, il mondo avrebbe un’altra partitura.

È comune far finta di essere colti, come se mentire aggiungesse quel pizzico in più di stima. Ma, in fondo che posso dirne io, io che ogni cosa che so la dimentico.

Bach comunque mi ha riportato indietro di N.Bah anni, a una chitarra nascosta in un armadio. La prima. La prima che suonava Giuliani a unghie lunghe col poggia piede. Quella che lanciavo dentro le tende dei boy-scout finito di suonare attorno al fuoco, quella che mi ha dato la musica quando non avevo capito fossero finite le parole.

Fossimo tutti più autentici come lei, il mondo avrebbe un metronomo dal suono sopportabile e il pensiero della fine sarebbe solo la chiusura di uno spartito.

In questa quarantena, il tempo si è fermato. La musica no. Bach si arrabbierebbe tanto a una frase del genere. Eppure la sfida giornaliera rimane indovinare che giorno sia, se te lo puoi fare quel bicchiere di vino che è venerdì sera. Venerdì 17 sera, durante la pandemia.

Anche comunicare in un italiano decente appare come una sfida, o ricordarsi di non mangiare, o che non chiami quel tuo amico da 10 giorni ma per te ne sono passati solo 2.

Comunque, lei ancora suona. Dimenticata da Dio e da me, si è scordata solo di mezzo tono. 

Sigillo e vecchie parole che si nascondono nelle sue chiazze marroncine. 

Ah, sapessimo mantenerci tutti come lei. 

Non ho mai dato nomi agli strumenti, in qualche modo erano solo estensioni di me, come non ho mai dato nomi alle parti del corpo.

Per altri invece è come prendere un cagnolino, un gatto, un coniglio. Devi poterlo chiamare, come se non ti chiamasse già di suo.

Molti uomini gli appioppiano nomi di donne idealizzate, o storiche, o perfette. Molte donne le chiamano con nomi di donne, le versioni di sé che Lei vorrebbe essere. 

Ah, fossimo tutti più autentici come i nomi che diamo alle cose che ci appartengono.

Renderemmo Bach felice e faremmo quadrare ogni chiave.

Io, comunque Sebastian, in fondo ti ringrazio.

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