25 Aprile – e le tre R.

La cosa più dolorosa di questa guerra senza fucili è la privazione della libertà. Dover sottomettersi alle regole prescritte nello stato della Polizia, del controllo, del nascondino.

Farsi lo shampoo per andare al supermercato, ubriacarsi durante le videochiamate al sabato sera, smettere di mangiare perché in fondo ti senti morire.

Dove saremo domani, io non lo so. L’isolamento mi sta comprimendo il cervello tanto da farmi sentire un’automa ibernato che attende il risveglio, il calcio in culo, la vita. Per ora resta un incubo a occhi aperti e pigiami. Eppure se c’è una cosa che ci insegna il 25 aprile, è che stare svegli durante la guerra, tenendo cari i propri valori, può essere cruciale, determinante, potente.

Leggere la storia di una lotta per aiutarne un’altra. In questa guerra invisibile che ci ha già privato di troppo e troppi, cosa festeggiamo davvero oggi?

Un ricordo e una motivazione a stare accesi, svegli, ad adattarsi al nuovo mondo appoggiandosi al vecchio, a sacrificare le cazzate su fb per creare comunità, unione, libertà. Perché, come fece notare un vecchio amico, libertà è partecipazione.

La quarantena ci sta obbligando ad isolarci e a riscoprirci, al tempo vuoto, alle giornate di sole soli dalla finestra. A parlarci, a odiarci, ad amarci. Oggi vorrei ricordarmi di non diventare marcia dentro un pigiama, ma che la marcia non è ancora iniziata. E se nella guerra invisibile le nostre armi fossero le parole, le immagini, le chiamate, l’universo online che ci siamo inventati, potremmo essere davvero la nuova resistenza a questo mondo di cristallo che prova a cacciarci via, che prova a insegnarci qualcosa.

Partigiani, americani, tedeschi, fascisti, nazisti. Tutti avevano una cosa comune. La chiamata alle armi, la chiamata all’azione per la nazione.

E anche se questa è l’era dei pigri, degli addormentati e lobotomizzati, io ancora credo che possiamo servire a qualcosa.

Ad maiora, italiani.

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